La grande proletaria carpigiana

La cipolla, definita la “grande proletaria“, è tra gli ortaggi più comuni nell’alimentazione locale. A Carpi si accompagnava a San Bartolomeo al quale, il 24 agosto, era dedicata una delle sagre tra le più significative per i suoi caratteri commerciali. Tra i vari prodotti locali era la cipolla a primeggiare, tanto che i più conoscevano e nominavano quella ricorrenza come “Sagra delle cipolle“. Don Paolo Guaitoli, nel 1872, nel descrivere la fiera di San Bartolomeo, di cui non si conosce l’origine certa ma di cui si ha notizia a partire dal 1456, dà queste informazioni: « il bestiame bovino costituisce il ramo principale del commercio di questa fiera, per cui essa è una delle più floride e frequentate dagli Stati Estensi. Vengono poscia le cipolle di color rosso, coltivate esclusivamente nel basso Carpigiano». 

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A partire dall’inizio degli anni ’40, vuoi per ragioni legate agli eventi bellici e poi per la rapida sostituzione dell’economia agricola con quelle industriale e artigianale connesse ai settori tessile e metalmeccanico, la Sagra di San Bartolomeo è completamente caduta in disuso. E’ sconosciuta ai giovani ma ricordata dagli anziani, che oralmente trasmettono il loro ricordo: «La Sagra delle cipolle era famosa perché molta gente veniva da fuori a comperare le cipolle: ve n’erano delle montagne. Appena finito il portico per andare a porta Mantova si accumulavano le cipolle. Tutti i birocciai le portavano lì e le rovesciavano. C’erano i grossisti che le comperavano: erano cipolle rosse e rotonde». « I venditori stavano lì anche la notte a dormire, perché la piazzetta era piena di cipolle e patate. La gente, la mattina, faceva la fila per poter acquistare cipolle». Poverissima ma molto saporita, cruda, intinta in un poco di olio o anche solo nel sale, consumata con il pane era il pasto quasi quotidiano dei ceti meno abbienti, che per sottolineare la frequenza del suo consumo usavano dire:«Pan e sivolà e sivolà e pan». Attualmente si è completamente persa nell’area carpigiana la coltura intensiva di quella che era senza dubbio una cipolla tipica, sostituita dalle specie denominate “Napoli”, “Parma”, “Tropea”. 

Oltre all’uso in cucina, la cipolla trovava ampio impiego nella farmacopea popolare. Su “Le vie d’Italia” si legge: «La cipolla è uno dei farmaci più preziosi e usati. Si dice che Nerone, per conservare bella la voce, mangiasse cipolla e di cipolla rinfrescasse la gola quando voleva cantare. Si dà per certo che per guarire dalla raucedine basta mangiare cipolla alla sera. Anche per il raffreddore la cipolla è salutare: avvolgetene una in una foglia di cavolo, cuocetela sotto la brace, immergetela in una tazza di latte caldo e bevete prima di andare a letto. Così nella notte il raffreddore, insalutato ospite, prenderà congedo. Anche i calcoli biliari hanno terrore della cipolla: due tuberi crudi con olio ogni giorno, ed essi spariranno. Ancora: con la cipolla si cura il tifo, la polmonite, i tumori».

Biografia: “Ricettario Carpigiano, dai cappelletti alla mostarda” di Sandro Bellei e Luciana Nora

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